Fare il giornalista è il miglior mestiere del mondo…

moleskine_giornalistaOggi in Spagna è il “dia de reyes”, equivalente alla nostra befana. Uno dei festivi più inviolabili, dedicato a grandi mangiate in famiglia, regali e serate di popcorn al cinema. Io sono intrappolato nell’aeroporto Asturias, a 30 km da Oviedo. Fuori c’è tormenta, nebbia e nell’aeroscalo il wifi non funziona.
Spesso mi dicono: “sei fortunato, il tuo è il miglior mestiere del mondo”.Queste parole mi risuonano nella testa insieme agli annunci dei ritardi dovuti al mal tempo. No cari amici, fare il giornalista non è solo investigare, scoprire, conoscere e soddisfare la propria curiosità. Chi crede ciò dimentica il lato oscuro della vita del reporter.
Non esistono festivi, né giorni intoccabili. Essere nell’occhio del ciclone dà adrenalina alla mia vita, viaggiare verso le notizia mi fa sentire vivo, utile. Ma non dimenticate, il reporter vive sonni agitati. Il suo telefono è sempre acceso e, come spesso accade nei film, pochi minuti dopo un omicidio, squillerà e lo sorprenderà nel sonno. Si vestirà di fretta e accorrerà sul luogo del delitto dove incontrerà il commissario, anch’egli con gli occhi spenti di chi è stato appena buttato giù dal letto.Ogni uomo di buona volontà auspica che non accadano catastrofi, attentati o efferati fatti di cronaca. Un giornalista fa di più. Si raccomanda ai suoi angeli custodi e si dedica a riti scaramantici; a ridosso dei suoi giorni di riposo, il suo tanto agognato fine settimana in agriturismo potrebbe saltare. Fin qui mi sono soffermato su eventi straordinari, ma il motivo, per il quale oggi sono piantato in questo piccolo aeroporto a Nord della Spagna, è tutt’altro che trascendente. Andare dall’altra parte della città per il primo appuntamento con un’avvenente fanciulla, e non trovarla, fa male. Però ci può stare. Percorrere 467 km per un’intervista concordata a un politico del “Partido Popular”, e scoprire, una volta a destinazione, che l’intervista non si farà, farebbe perdere le staffe anche a Giobbe.
Con chi sfogarmi? Il capo, naturalmente, sta godendosi il giorno di festa e non risponde alle mie chiamate. Il politicuccio, di cui sopra, ha staccato il telefono; e prendermela con il suo ufficio stampa sarebbe ingrato verso un collega, tutto sommato, incolpevole. Così mangio una tapa, bevo una sidra asturiana e me ne torno in aereoporto a mani vuote e stomaco pieno.
Ma a parte i viaggi a vuoto ci sono momenti ben più duri per un giornalista. Documentare scontri durante una manifestazione o correre verso il teatro di uno spaventoso attentato mentre tutti se ne allontanano. Trovarsi sul luogo di un terribile incidente o essere sommersi di insulti da chi non vuole essere ripreso perché con la coscienza sporca. Immergersi nelle umane tragedie e avere il compito di comprenderle, assorbirle e ritrasmetterle. Enorme responsabilità oltre che impagabile opportunità di essere, sempre e comunque, dove accade ciò che è di pubblico interesse.

La mia vana scampagnata in Asturia sta per concludersi, i passeggeri del mio volo sono già in fila ed è ora di spegnere il pc e saltare a bordo. Forse i miei amici hanno in parte ragione, il mio è uno stupendo mestiere. La possibilità di raccontare e non di farsi raccontare. La certezza di non annoiarsi, mai.

 

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